venerdì 15 maggio 2015
I RACCONTI DI LUCA BIANCHINI

Dimmi che credi al destino – Capitolo 1

Dimmi che credi al destino Luca Bianchini

Dimmi che credi al destino Luca Bianchini

 

Il cielo di Londra sembra fatto per raccontare l’amore.
Cambia continuamente, e anche quando ti illude con una giornata piena di azzurro, ecco che qualche nuvola compare all’orizzonte, si mette a correre veloce, e di colpo la luce è buio, e la pioggia si mischia alle tue lacrime.
Poi per fortuna passa, passa tutto, ma nel momento in cui ti trovi in mezzo alla tempesta ti dimentichi di com’era prima e di come sarà.
Ornella si era innamorata di quel cielo un giorno di molti anni prima. Al suo arrivo non era stato un granché – un grigio monocorde – ma le era bastata mezz’ora di sole per cadere stecchita ai suoi piedi. In quello squarcio tutto le era sembrato possibile, anche la felicità, e si era convinta che Londra sarebbe stata il luogo perfetto in cui vivere.
Ora che lo stesso turchese stava di nuovo facendo capolino tra le nuvole, pensò che fosse il momento giusto per lasciare la libreria e andare a fare due passi. “Esco un attimo”, aveva detto con quel tono inconfondibile di quando era distratta, e Clara l’aveva guardata appena, intenta com’era a riordinare la vetrina. Da quando aveva letto sul Guardian un articolo sulla “lettura multicromatica dello shopping inconsapevole”, aveva iniziato a esporre i libri non in base al genere o alla collana, ma ai colori della copertina: quelli a dominante blu vicino ai rossi, e i gialli con i verdi. Più che l’Italian Bookshop di Hampstead, sembrava la bandiera del Gay Pride.
Ornella evitò di commentare perché non voleva alimentare la tensione degli ultimi giorni. Da vent’anni, era la responsabile di Clara, ma continuava a essere in soggezione con lei, in quel modo tutto suo di non sentirsi mai all’altezza delle situazioni. Nel dubbio, anziché darle ordini, eseguiva compiti che non le sarebbero spettati.
Uscì fingendo di non vederla, e si rifugiò nel suo foulard che la faceva sentire un po’ parigina, o comunque francese. Si fermò a salutare il ragazzo del barbiere di fronte che stava fumando una sigaretta.

– Guagliuncella, hai già finito per oggi?
– Non ancora. Ma non chiamarmi “guagliuncella”, che sono vecchia.
– Ma va. Mia nonna è una vecchia, tu mica lo sei.
– Quanti anni ha tua nonna?
– Sessantacinque tra un mese.
– Ecco, allora diciamo che per altri dieci anni mi puoi dare del tu.
– Cioè tu hai cinquantacinque anni?

Ornella si allontanò un po’ offesa da quel ragazzo che continuava a fumare senza rendersi conto di ciò che aveva detto. Lui la guardò andare via leggera e pensò che non poteva avere solo dieci anni meno di sua nonna, soprattutto quando la sentì ridere con la fioraia qualche vetrina più in là. Ma Diego non poteva sapere che Ornella era difficile da inquadrare, e non solo perché non sapevi mai che età avesse davvero. Da lontano sembrava una vecchia signora, da vicino una donna di mezza età. Ma quando ci parlavi si trasformava nella ragazza della porta accanto. Ora, mentre finalmente riusciva a percorrere Flask Walk senza altre interruzioni, pareva un’adolescente alla prima uscita con le amiche.
Le nuvole avevano di nuovo chiuso il cielo ma ormai Ornella aveva imparato a interpretarlo quasi come il meteo della BBC. E man mano che lasciava quelle stradine di case apparentemente tutte uguali, si sentiva sempre più inquieta. Aveva bisogno della sua panchina. Era la sua preferita al parco di Hampstead Heath,
le apriva una piccola finestra su Londra che le faceva scoprire ogni volta una cosa diversa. Da un lato poteva scorgere una casa che si affacciava su un laghetto. Dall’altro una siepe le accorciava lo sguardo e lei si sentiva un po’ Leopardi sull’ermo colle. In mezzo, una distesa di tetti. Era una panchina un po’ solitaria e quasi sempre libera, perché dovevi scovarla.
C’era però un altro frequentatore che le era affezionato quanto lei: Mr George. Anche lui la considerava la “sua” panchina e ogni giorno, quando il tempo glielo permetteva, andava lì a leggere il Times o qualche pagina dei suoi amati libri. Quando lo vide, Ornella tirò un sospiro di sollievo. Se fosse rimasta sola probabilmente si sarebbe messa a piangere subito, ma Mr George aveva la capacità di sedarla più di 20 gocce di Ansiolin.
All’inizio i due un po’ si erano odiati. Chi arrivava prima si accomodava e l’altro, pur essendoci spazio per entrambi, era costretto a una seconda scelta. Ma mentre Mr George la prendeva con spirito british, Ornella tirava fuori l’Italia del melodramma: alzava gli occhi al cielo come a dire “sempre a me” e cominciava il pellegrinaggio per il parco alla ricerca di un altro posto dove sedersi. Un giorno, però, quando la vide spuntare, Mr George le fece cenno di accomodarsi accanto a lui. Ornella accettò perché non aveva avuto il tempismo di dire “no grazie”, un po’ come quando ti aspettano per prendere l’ascensore.
Per settimane, erano rimasti seduti uno accanto all’altra, leggendo o guardando l’orizzonte, facendosi un cenno di saluto all’inizio e alla fine. Ma quel rapporto presto era cambiato perché Ornella aveva due grandi amori: i libri e gli esseri umani. E non poteva non innamorarsi di un vecchietto che aveva fatto la guerra, aveva studiato a Perugia e leggeva Calvino. Ogni tanto lo vedeva nel quartiere, anche se riuscivano a conversare solo quando si trovavano lì.

– Come sta Ornella?
– Abbastanza bene, dài.
– Quando dice “abbastanza bene” come minimo ha litigato con Clara.
– Come ha fatto a indovinare?
– Sono vecchio e lei non sa mentire.

Ornella parlò sapendo di avere poco tempo.

– Ha presente il proprietario, Mr Spacey? Vorrebbe chiudere la libreria.

Usò il condizionale perché la verità le faceva paura. Mr George accennò un “Oh my God” quasi senza scomporsi. Alzò gli occhi dal libro e lo posò di fianco a sé.

– Sbaglio o lo aveva già detto altre volte?
– Sì, ma adesso fa sul serio. Ha detto che aspetta ancora due mesi e poi deciderà.
– Quindi lei ha ancora un po’ di tempo per cambiare le cose.
– Non ce la posso fare. Quel posto per me è tutto. Gli ho dedicato le mie energie, ho fatto sacrifici… e ora non possono farmi questo. Non me lo merito.
– Mi ha sempre detto che la libreria l’ha salvata. Ora è lei che deve salvare la libreria.

Le parole vennero pronunciate con un tono incredibilmente alto per come di solito parlava Mr George. Rimbombarono nelle orecchie di Ornella come il tuono che annuncia un temporale. E che per una volta, anziché farle paura, le diede un briciolo di speranza.

– Credo che ormai sia tardi.
– Non è mai tardi per gli eroi. Non si dimentichi che io ho fatto la guerra e so cosa vuol dire combattere. Tu puoi essere il tuo alleato ma anche il tuo peggior nemico. Quindi la prima cosa da sconfiggere è la paura.
– Ma io ho paura! E poi penso a quando…

Mr George la interruppe.

– In guerra la cosa più importante è non pensare: non pensare al passato e non pensare al futuro. Perché è lì che scatta la paura. Se lei si concentra solo sul presente sarà più forte per affrontare la battaglia. Se la sente, Ornella?
– No.
– Invece deve provarci, soprattutto perché è italiana.
– E cosa c’entra che sono italiana?
– Voi italiani sapete sempre togliervi dai guai.
– Quelli sono solo i napoletani.
– Per noi siete tutti napoletani.

Mr George accennò un sorriso e per un attimo Ornella riuscì a immaginare com’era da ragazzo. Lo vide in divisa, pieno di fascino, con le donzelle che sognavano di fuggire con lui.
– In questo momento l’unica idea che mi viene è ammazzarmi.
– Ma lei è troppo grande per ammazzarsi. Sarebbe patetica. Non ci si suicida alla sua età.
– Quindi sono fuori tempo anche per un gesto plateale a Trafalgar Square?
– Ci pensi, Ornella. Sono sicuro che in cuor suo sa come provare a risolvere il problema… Si concentri. Ora mi scusi ma vorrei finire questo capitolo perché altrimenti non ci capisco più niente.

Mr George riprese a leggere come se nulla fosse, mentre Ornella cercava qualche appiglio nel paesaggio per togliersi da quell’attacco di malinconia. La libreria era la sua unica zattera, e non poteva lasciarla andare. Ripensò alla prima volta che ci era entrata e alla sensazione di sentirla subito sua. Perché ci si innamora anche dei luoghi, non solo delle persone. Mr George però le aveva detto di non pensare, e lei aveva sempre cercato di essere diligente. Qualità per lei molto difficile, a meno che si trattasse delle raccolte punti di negozi e supermercati, di cui era l’esperta mondiale.
Ci voleva un guizzo, un colpo d’ali. Ci voleva san Gennaro.
Fu lì che Ornella ebbe un’illuminazione.

«La Patti. Aveva bisogno della Patti. Guardò il cielo e vide di nuovo alcune nuvole in arrivo. »