lunedì 16 marzo 2015
LIFESTYLE

Coffee to go, un piacere da portare con sé

Ho cominciato a bere il caffè sui venti anni, quando facevo l’Università. Ho iniziato a ordinare un macchiato, con tanta schiuma e un cucchiaino di zucchero, come rito sociale, perché nei primi mesi di questa nuova vita fermarsi al bar a bere un espresso o un macchiato era un’occasione per fare due chiacchiere con le compagne di corso.

Non mi interessava il caffè di per sé, era l’esperienza di condivisione che mi faceva sentire grande.

Quando uscivo dal bar vedevo le studentesse americane andare a lezione con enormi bicchieri di carta pieni di caffè bollente. Era qualcosa del tutto nuovo in una città come Siena, c’era solo un bar che offriva questo servizio e ai tempi lo guardavamo tutti con un po’ di sospetto.

Eppure, il rito del coffee to go, il caffè da portare via e da bere camminando, era già un mito in tantissimi film americani.

 

Come dimenticare la scena di apertura di Colazione da Tiffany, in cui una indimenticabile Audrey Hepburn con un tubino nero di Givenchy scende da un taxi per godersi la colazione ammirando le vetrine della gioielleria di Fifth Avenue. È l’alba in una New York deserta e Holly trova pace alle sue paturnie solo davanti alle vetrine di Tiffany con una brioche e un caffè nero.

Anche Tom Hanks ha un’opinione tutta sua del coffe to go in una delle prime scene di C’è posta per te, film con Meg Ryan nel 1998.

La ragione per cui esistono posti come questo è che gente che non possiede la minima capacità di prendere decisioni deve prenderne almeno sei per prendere una sola tazza di caffè. Lungo, ristretto, con latte scremato, decaffeinato, con dolcificante, senza zucchero, con zucchero di canna…

Così gente che non sa mai che cavolo deve fare o perché è al mondo riesce con soli due dollari e novantacinque a ottenere non solo una tazza di caffè ma una decisa consapevolezza di sé.

I due protagonisti si incrociano senza saperlo e senza riconoscersi proprio nel momento in cui vanno a comprare il loro coffee to go, per dare inizio alla giornata.

Ne Il diavolo veste Prada vediamo la stagista Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, alle prese con l’ennesima richiesta di Miranda Priestly, una sublime Meryl Streep. Al suo ritardo nel portare il caffè Miranda impreca: Qualcuno sa dirmi perché il mio caffè non è ancora qui? È morta per caso?

In moltissimi telefilm americani il rito del coffee to go avvia indagini e introduce i personaggi a nuove avventure, da NCIS a Castle: ci sono preferenze, ruoli definiti, schermaglie amorose e codici non scritti legati al rito del caffè che si ritrovano nelle dinamiche quotidiane di milioni di persone.

Ma c’erano altre serie tv che avevano influenzato la mia immaginazione, da Ally McBeal a Sex and the City. Un giorno a Firenze presi anche io un coffee to go, per poter finalmente camminare bevendo il mio caffè. Improvvisamente ero io la protagonista di uno di quei film, Firenze una città tutta da scoprire piena di possibilità, la vita un’avventura da vivere. Da quel primo coffee to go non sono tornata più indietro. Quando mi capita l’occasione, a casa o in viaggio all’estero, è un piccolo rito personale, un regalo che faccio alla mia immaginazione e alla voglia di sognare.